Terra dei Fuochi

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Meglio tardi che mai. Cosi’ si potrebbe commentare l’approvazione lo scorso 5 febbraio 2014 del Decreto detto “Terra dei Fuochi”, che inasprisce le pene per la combustione dei rifiuti, finanzia lo screening sanitario della popolazione, da poteri al prefetto di Napoli per la mappatura delle zone inquinate (ma l’Arpa Campania non doveva gia’ aver concluso questa mappatura, caratterizzazione e recinzione da anni?) e autorizza l’impiego dell’esercito con compiti di sorveglianza e controllo del territorio.
Solo un marziano appena arrivato dalle nostre parti potrebbe credere che questo decreto sia la tempestiva azione seguita alla scoperta di una gestione criminale dei rifiuti. Ovviamente non e’ cosi’. E per capire quanto sia allucinante la situazione ripercorriamo la storia di questo vergognoso capitolo di storia italiana.
Il ministro Giorgio Ruffolo scriveva nella nota aggiuntiva al primo Rapporto sull’Ambiente pubblicato nel 1989 (avete letto bene, non e’ un refuso, 1989) , analizzando la situazione dei rifiuti industriali “ Questa grave carenza del sistema nazionale di impianti per lo smaltimento dei rifiuti è testimoniato, in modo allarmante, dalle numerose scoperte di siti inquinati e dai noti eventi ( le navi dei veleni N.d.A. ) relativi all’esportazione dei rifiuti industriali nei paesi in Via di Sviluppo”.
L’Italia con una legge del 1982 (che recepiva diverse direttive europee) aveva regolato e prescritto come dovevano essere trattati e smaltiti i rifiuti urbani e industriali ( che quindi non potevano piu’ essere gettati dove capitava) ma non aveva costruito gli impianti adeguati ( per caratteristiche tecniche e numero) per riuscirvi.
Il paese non aveva capito ( e forse non ha capito nemmeno oggi, almeno in certe zone) che per trattare i rifiuti prodotti da una societa’ ricca e complessa come la nostra ci vuole un sistema industriale efficiente e tecnologicamente avanzato. I rifiuti non si smaterializzano miracolosamente. O meglio il miracolo di questa smaterializzazione, come vedremo, riesce benissimo al crimine organizzato.
Fu a causa delle difficoltà crescenti, delle autorizzazioni per la costruzione degli impianti concesse con il contagocce, delle lentezze interminabili nella transizione a un sistema industriale della gestione dei rifiuti, che la Camorra intuì la possibilità di giganteschi guadagni.
Come disse, in una ormai famosissima intercettazione telefonica del 1992, il camorrista, poi pentito, Nunzio Perrella: “la monnezza è oro” .
Si riferiva in particolare ai rifiuti industriali pericolosi, quelli cioè più problematici e costosi da smaltire e per i quali gli impianti non erano assolutamente sufficienti. In breve una domanda di smaltimento enorme, un’ offerta (cioe’ impianti adeguati) pari zero o quasi e naturalmente dei costi per il trattamento legale dei rifiuti, a causa di questo squilibrio, astronomici.
La Camorra si inseri’ in un “fallimento industriale”, sfrutto’ la “desolante incapacita’ ” della classe dirigente ( e di larga parte dell’opinione pubblica) di gestire un problema complesso come quello dei rifiuti (urbani e industriali) in una societa’ moderna. Probabilmente la Camorra capì di possedere una serie di “vantaggi competitivi” che la rendevano imbattibile nello smaltimento illegale, offerto a prezzi fino a 10 volte inferiori a quello legale, ma sempre in grado di estrarre “oro” dalla monnezza.
Questa organizzazione criminale disponeva ( e dispone) di un “capitale umano” molto preparato per operazioni del genere, una rete più che collaudata per i traffici illeciti di ogni tipo e un controllo di ampi territori dove può contare sul consenso e il silenzio della popolazione e, rispetto ad altre forme di criminalità, era più vicina alle zone industrializzate del paese, cioè il Nord e il Centro-Nord, dove si producevano (e si producono) fra il 75% e l’80% dei rifiuti pericolosi.
Nonostante la legge del 1982 e successive normative, impegnassero le Regioni a preparare e realizzare un piano per il trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani e industriali, le cose in Campania ( e non solo in questa regione) erano, negli anni ’80, ancora in alto mare ( e ci rimarranno per altri decenni e, alla fine dei conti, ancora oggi).
In breve: in Campania rimase una miriade di discariche private sulle quali l’Amministrazione Pubblica aveva scarso controllo.
Non solo. Alcuni settori della stessa Amministrazione Pubblica (come scopriranno in seguito diverse inchieste giudiziarie), in particolare l’Assessorato all’Ambiente della Provincia di Napoli, diventarono fra il 1985 e il 1992, “cabine di regia” del traffico illegale di rifiuti pericolosi. Come?
Rilasciando autorizzazioni illecite a raffica, non solo per discariche che erano solo delle “buche per terra” (ormai illegali) o piene ed esaurite, ma anche per l’importazione di rifiuti, più o meno pericolosi, da altre zone del paese (o addirittura dall’estero). Sembra che la “tariffa”, richiesta per questi falsi permessi, fosse dalle 10 alle 25 lire al chilo di rifiuti “autorizzato”. Per le pseudo-imprese criminali esibire uno straccio di apparente legalità era un bel vantaggio, se non altro come “marketing” dei propri servizi e “immagine pulita” da presentare al cliente.
Il quadro che emerge da una delle prime inchieste di Legambiente su questi temi, “Rifiuti spa”,
del 1994, è, a dir poco, terrificante. Da almeno la metà degli anni ’80 una trama di pseudo-imprese e di pseudo-imprenditori aveva rovesciato centinaia di migliaia di tonnellate di sostanze pericolose e altamente cancerogene provenienti dalle industrie del Nord, nelle discariche per i rifiuti urbani, o più semplicemente nelle centinaia di cave in mano alla Camorra ed aperte per estrarre materiali usati nella ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del 1980. O addirittura queste scorie tossiche erano state sparse sui campi agricoli, come “concime”.
Ovviamente tutti questi veleni, scaricati in luoghi non attrezzati, s’infiltrano nel terreno appestando sia il suolo che le falde freatiche sotterranee dalle quali, in certi casi, si estrae l’acqua da bere o per irrigare ortaggi, verdure o altre coltivazioni. Senza contare che i pascoli inquinati contaminano poi il bestiame d’allevamento, da carne o da latte.
Con la crescita del giro di affari, il settore criminale dello smaltimento si cimentò addirittura in economie di scala, con la creazione di consorzi di società dedite a questi traffici illeciti, e sperimentò soluzioni “innovative” come le “navi dei veleni” destinate a paesi in via di sviluppo o ai fondali marini, dopo un “opportuno” naufragio.
Tutto venne confermato, al di la’ di ogni ragionevole dubbio, il pomeriggio del 4 febbraio 1991, quando Mario Tamburrino, un autista di camion, si presentò alla clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno, dopo aver perso improvvisamente la vista.
L’incidente era avvenuto mentre scaricava dal suo automezzo 571 fusti provenienti da un’azienda di Cuneo, in una discarica abusiva in piena Campania Felix (localita’ Torretta Scalzapecora). Facile intuire che nei fusti ci fossero rifiuti molto pericolosi.
L’operazione “Adelphi” di Magistratura e Forze dell’Ordine, scattata in seguito all’incidente sul “lavoro” del Tamburrino, portò alla luce quello che doveva essere chiaro ormai da tempo: la Campania, grazie all’”intuizione imprenditoriale” della Camorra era divenuta la pattumiera industriale di tutto il Paese.
Di fronte a questo disastro ci si potrebbe immaginare una reazione rapidissima e durissima dello Stato verso i responsabili, una straordinaria mobilitazione dell’opinione pubblica, interventi immediati per la bonifica delle zone devastate, misure per proteggere la salute delle popolazioni colpite, una presa di coscienza generale di come una società avanzata debba affrontare e risolvere il problema dei rifiuti. Niente di tutto questo.
Qual’ è, invece, il tema ambientale “simbolo” degli anni ’80 e primi anni ‘90?
Il nucleare: Chernobyl. Una parola che riassume la grande battaglia per salvare gli italiani da inquinamenti radioattivi che colpivano le verdure a “foglia larga” e il latte, chiudendo le centrali atomiche italiane, che funzionavano egregiamente, non erano del tipo sovietico e non avevano mai provocato alcuna fuga radioattiva ( mentre la Camorra sotterrava o spandeva rifiuti tossici sui terreni agricoli di quella che era stata la Campania Felix, una delle terre più fertili in Italia).
A tutt’oggi nella zona di Chernobyl non è stato misurato alcun aumento statisticamente rilevante di malattie tumorali, né una maggiore frequenza di malformazioni congenite.
Nell’Agro Aversano e nel Litorale Domitio Flegreo, nei luoghi cioè dove più frequenti sono stati gli smaltimenti illegali ( e criminali) di rifiuti pericolosi, studi dell’OMS (con l’Istituto Superiore di Sanità e il CNR) hanno misurato ( ormai quasi dieci anni fa) differenze statisticamente rilevanti (incidenze fra il 10% e il 15% maggiori) sia nella mortalità da tumore, sia una più alta frequenza di malformazioni neonatali rispetto alla media italiana. Come dire: c’è il forte sospetto che certe zone della Campania siano molto più pericolose di Chernobyl. E questo era noto da anni (decenni). Nel 2011 , tutte queste notizie (peraltro anche all’epoca risapute) sono state scritte in un libro (Autoritratto dell’ immondizia, Bollati Boringhieri) dall’autore di quest’articolo.
Oggi con il decreto del 5 febbraio e ancora di piu’ con le dichiarazioni del pentito di camorra Carmine Schiavone, tutto e’ tornato alla ribalta. Come dicevamo all’inizio: meglio tardi che mai.

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2 Responses to “Terra dei Fuochi”

  • PAOLO:

    AI FATTO UN BELLO ARTICOLO. NOMINANDO SCHIAVONI,E AI DISTRUTTO LARTICOLO CIAO PAOLO

  • Gianluca:

    questo articolo lo trovo abbastanza allineato con la trasmissione ” servizio pubblico dove era presente il pentito Schiavone . In fondo era una vittima del territorio e della cultura anche lui. Sulle madri che hanno perso i figli purtroppo è una triste realtà.

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