Il petrolio del III Reich

Il Petrolio del Terzo Reich

La storia della seconda guerra mondiale e dei suoi piu’ importanti personaggi e’ stata narrata in una serie sterminata di libri,  articoli, film, documentari, ricostruzioni e docudrama. Nonostante il tema sia stato quindi trattato, in apparenza, da ogni punto di vista, e ogni piu’ remota vicenda o comparsa sia stata indagata e portata su pagine e schermi grandi e piccoli,  uno dei piu’ decisivi protagonisti manca all’appello.

Il petrolio. Il carburante che fece avanzare carri armati e cannoni, che fece volare i caccia e bombardieri, e navigare portaerei e sommergibili…..

Settembre 1938 , stadio Zeppelin di Norimberga. Hitler è da cinque anni al potere. In questa mega adunata del Partito Nazista si celebra , in una cerimonia di massa, la Grande Germania, l’annessione cioè dell’Austria alla nazione tedesca, e il trasferimento dei simboli imperiali del Primo Reich , la corona,lo scettro, la spada e il globo terrestre da Vienna a Norimberga. Il passaggio del testimone al nuovo Reich, che sarebbe dovuto durare mille anni. Sovrastato da una gigantesca svastica dorata, fra le colonne di luce di 130 potenti fotoelettriche antiaeree, Hitler parlò, da un podio di marmo, a una folla esaltata:

“….Stiamo ricostruendo l’economia tedesca in modo che sia completamente indipendente da altre nazioni e possa stare in piedi da sola. Ci stiamo riuscendo…L’idea di tagliare alla Germania le materie prime indispensabili con un blocco, può essere adesso sepolta come un’arma inutile. Lo Stato Nazista, con la forza che lo caratterizza, ha tratto le sue conclusioni dalla lezione della Grande Guerra.”

Ed anche Hermann Goring il potente capo della Luftwaffe, l’aviazione tedesca e responsabile del piano quadriennale per l’autosufficienza economica potè vantare in quell’adunata “oceanica”i successi del nazismo:

“…Non saremo mai più costretti a sacrificare il nostro onore. Non sarà mai più possibile ridurre alla fame la nostra nazione e demoralizzarla con la propaganda. Quell’ epoca è finita per sempre. Abbiamo cibo e materie prime a sufficienza….siamo ben equipaggiati e ancora meglio armati. Abbiamo un potente esercito, una grande Marina Militare e la nostra Aviazione è la più moderna del mondo, la più avanzata tecnologicamente e la più numerosa…”
Nonostante gli innegabili successi del Nazismo nel ridurre la dipendenza della Germania dalle importazioni estere e nel dare nuovo impulso ad un economia prostrata dalla Depressione degli anni ’30, Hitler e Goring si sbagliavano. Specialmente su un punto. Il petrolio, cioè il carburante per mettere in moto quell’esercito, quella marina e quell’aviazione di cui Goring si era tanto vantato. L’incubo dei blocchi navali e terrestri alleati che avevano costretto alla resa i tedeschi nella prima Guerra Mondiale, tagliando le materie prime essenziali allo sforzo bellico e poi anche il cibo, non era affatto svanito come pensavano le alte gerarchie naziste e come la guerra avrebbe tragicamente dimostrato.

Il problema del petrolio era ben chiaro ad Hitler che, ancora prima di diventare Cancelliere, nel 1932 aveva incoraggiato una delle più grandi industrie chimiche tedesche a continuare nella produzione del combustibile sintetico, estratto cioè dal carbone. Agli alti dirigenti della I.G. Farben, Hitler aveva garantito, che una volta al potere, avrebbe aumentato le tariffe doganali sulle importazioni di greggio per proteggere la più costosa benzina sintetica dalla concorrenza del petrolio naturale. All’epoca questo carburante era noto come LeunaBenzin, da Leuna il luogo dove sorgeva il più grande di questi impianti per la sintesi.

Il paradosso della Germania era, in poche parole, di essere ricchissima di carbone e quindi di poter alimentare una gigantesca industria , anche bellica, in grado di produrre decine di migliaia di veicoli, di aerei,di navi, di carri armati, di cannoni, ma di non aver il combustibile liquido per farli camminare. Le automobili, ma anche gli aerei o i carri armati non possono viaggiare a carbone. A meno di non utilizzarlo, per estrarre, a costi elevati, un combustibile liquido. Negli anni ’30 l’energia che alimentava l’economia tedesca proveniva al 90% dal carbone e solo il 10% era rappresentato dal petrolio. Ma il petrolio era essenziale per la mobilità. Sul petrolio e la sua vitale importanza Hitler aveva imparato anche un’altra lezione, che gli era stata fornita, involontariamente, da Mussolini. Nell’ottobre del 1935 l’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe italiane stazionate nella vecchia colonia Eritrea aveva fatto scattare la condanna della Società delle Nazioni, l’istituzione antenata dell’attuale ONU. Era stata avanzata anche  la proposta di severe sanzioni. Fra l’altro anche la nazione aggredita, l’Etiopia, era un membro  di questo organismo internazionale, con sede a Ginevra. Sia gli inglesi che gli americani volevano includere il petrolio fra le materie prime da tagliare all’Italia. Poi per una serie di giuochi politici non se ne fece niente. Nel maggio 1936 con la conquista di Addis Abeba , l’Italia fascista proclamava l’Impero. Qualche tempo dopo Mussolini commentando con Hitler questa vicenda, gli confidò che se l’embargo petrolifero fosse stato approvato avrebbe dovuto ritirarsi dall’Etiopia dopo nemmeno una settimana dal blocco dei rifornimenti. Ovviamente Hitler prese nota di questa affermazione. Il notorio piano economico  quadriennale che, fra il 1936 e il 1940, doveva rendere autonoma la Germania,   grazie ai carburanti sintetici, in realtà si rivelò troppo ambizioso. E comunque Hitler non attese nemmeno il 1940 per scatenare la guerra. Nel 1939  i 14 impianti per il combustibile sintetico coprivano quasi il 46% dei bisogni petroliferi della Germania. E sei altri impianti erano in costruzione. E l’altra metà? Il regime nazista non poteva sicuramente contare sulle importazioni dagli Stati Uniti, allora il più grande produttore di petrolio o dal Messico o dal Venezuela. In Medio Oriente, all’epoca, si estraevano grandi quantità di petrolio solo in Iran, saldamente in mano agli inglesi. Una fonte di vitale importanza per i tedeschi e anche per gli italiani  erano i ricchi pozzi romeni vicini a Ploesti. Il regime Romeno poteva considerarsi amico della Germania nazista. E paradossalmente un’altra  fonte di petrolio era l’Unione Sovietica di Stalin. Con il Patto Ribentropp Molotov del 1939, Hitler non si era soltanto assicurato la benigna neutralità di Stalin nelle sue banditesche scorrerie in Europa, ma anche cospicue forniture di petrolio. In cambio  i Sovietici come è noto, avevano preteso la spartizione dei territori invasi, come la Polonia, e grossi quantitativi di macchinari industriali e di armamenti bellici. Le forniture sovietiche di petrolio alla Germania continueranno fino al 22 giugno 1941. Il giorno dell’invasione nazista della Russia.

Anche se all’inizio del conflitto mondiale la situazione dei rifornimenti di petrolio sintetico e naturale  poteva dirsi soddisfacente, la possibilità di una futura scarsità era tenuta ben presente sia da Hitler che dal suo Stato Maggiore. Per evitare di cadere nella micidiale trappola della mancanza di carburante, la strategia adottata dalla Wehrmacht fu quella della Guerra Lampo.

Un’idea che aveva già sviluppato Federico II, il Grande, per combattere contro più eserciti contemporaneamente, con risorse, in questo caso cibo per i soldati e foraggio per i cavalli, limitate.

Ovviamente nella versione moderna il BtlitzKrieg si svolgeva con attacchi rapidissimi di truppe corazzate, con la copertura massiccia dell’aviazione, per sfondare le linee nemiche e  liquidare brutalmente le sacche  accerchiate. Una strategia che , almeno in teoria, doveva portare ad una vittoria rapida, prima che potessero sorgere problemi con il carburante.

E almeno nel primo anno e mezzo di guerra, il BlitzKrieg sembra funzionare straordinariamente bene. Nel settembre del 1939 viene invasa e conquistata la Polonia. E nel 1940 è la volta della Norvegia, della Danimarca,  della Francia , del Lussemburgo, del Belgio e dell’Olanda. Non solo: in queste fulminanti vittorie le truppe hitleriane si impadroniscono di depositi di carburante pieni fino all’orlo. Solo in Francia mettono le mani su 7 milioni di barili di benzina. In pratica il combustibile ottenuto come bottino di guerra è più di quello consumato dai panzer e dagli aerei nelle loro avanzate.  Almeno in parte, la Battaglia d’Inghilterra, cioè il tentativo di stroncare, alla fine del 1940, la resistenza e il morale degli inglesi con massicci bombardamenti aerei , prima di tentare un’invasione, avverrà anche grazie a questo carburante rapinato agli sconfitti. I nuovi territori portano alla Germania anche altri pozzi petroliferi. In Galizia, nella Polonia occupata, i nazisti riescono a controllare circa un terzo della regione petrolifera. I due terzi finiranno nelle mani dell’Armata Rossa secondo la spartizione delineata dal patto Ribentropp-Molotov.  In  Francia  i pozzi petroliferi di Pechelbronn, in Alsazia,  vengono rapidamente riattivati dagli ingegneri tedeschi che riparano senza difficoltà i sabotaggi delle truppe francesi in ritirata. Ma si tratta di poche migliaia di barili. Una goccia nel mare, se si pensa che  la Germania nazista si trova a fronteggiare le necessità energetiche di gran parte dell’Europa occupata. Un boccone forse troppo grosso, specialmente ora che i rifornimenti delle compagnie petrolifere inglesi o americane sono ormai tagliati. Se in tempo di pace l’Europa occupata aveva bisogno di 500mila barili di petrolio al giorno, la Germania non ne ha a disposizione che 300mila. E non c’è la pace, ma la guerra. Il che vuol dire moltiplicare i fabbisogni per due o per tre. I razionamenti non riusciranno a risolvere il problema. Come se non bastasse l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno del 1940 invece di alleggerire lo sforzo dei tedeschi lo complica a dismisura. In pochi mesi il rapidissimo crollo delle armate italiane in Grecia, Yugoslavia e in Africa costringe i tedeschi a nuove avanzate, per sostenere un alleato impreparato, mal equipaggiato e già a corto di carburante. Ma l’ubriacatura di vittorie ottenute nel primo anno e mezzo di guerra non permette ad Hitler e ai suoi generali di sentire i primi scricchiolii. Tutto sembra facile e possibile. E lo spettro della scarsità di carburante sembra dimenticato. I pochi generali della Wehrmacht, come Georg Thomas, che si permettono di ricordarlo, cadono in disgrazia e vengono messi in disparte. E lasciata perdere l’idea di invadere la Gran Bretagna,  Hitler prende, alla fine del 1940, la decisione che gli sarà fatale. Attaccare l’Unione Sovietica.

Gli storici che hanno attentamente analizzato questa scelta capitale la spiegano con diverse motivazioni. C’era l’odio personale di Hitler per Stalin , il disprezzo per gli Slavi considerati una sotto razza  come gli ebrei, il desiderio di gloria, il sentimento di invincibilità dopo le vittorie del primo periodo della guerra, il delirio sullo spazio vitale necessario al Reich dei mille anni. Sono motivi sicuramente presenti nella decisioni, Ma ne sono stati individuati anche altri. Mentre la Germania invadeva mezza Europa, anche la Russia di Stalin, su scala minore, approfittava della situazione per qualche piccola azione banditesca e qualche minore invasione. Come quella  contro gli Stati Baltici o le regioni della Moldava e della Bukovina ai confini con la Romania. Specialmente quest’ultima annessione, quella della Bukovina, non concordata con i tedeschi, aveva preoccupato Hitler. I campi petroliferi di Ploesti si trovavano ora a meno di 200 chilometri dall’Armata Rossa. Un rischio inaccettabile per la maggior fonte di greggio naturale a disposizione della regime nazista. Anche se l’Unione Sovietica continuava a fornire puntualmente il petrolio alla Germania nella patetica convinzione di tener buono Hitler, i piani dello Stato Maggiore tedesco e del Fuherer erano ben altri. Uno degli obbiettivi principali era il petrolio del Caucaso. Solo i pozzi di Baku, intorno al Mar Caspio avrebbero risolto una volta per tutte i problemi di carburante del Terzo Reich, rendendolo inattaccabile.

Nel dicembre del 1940, con la direttiva n. 21 Hitler da ufficialmente il via all’operazione Barbarossa, il nome in codice dell’invasione dell’Unione Sovietica. I preparativi, fra finte, inganni, disinformazione, concentrazione di forze e rifornimenti durano sei mesi. Stalin nonostante gli avvertimenti che piovono da tutte le parti, dai servizi inglesi e americani, da vari governi e ambasciatori, dai suoi stessi agenti segreti, non vuole fino all’ultimo credere alla possibilità di un attacco tedesco. Nonostante che l’invasione sia stata ampiamente annunciata, l’Armata Rossa viene colta completamente di sorpresa. E nelle prime settimane che seguono quel fatale 22 giugno 1941 sembra che effettivamente i tedeschi possano ripetere il BlitzKrieg che li aveva portati a occupare mezza Europa. L’offensiva si articola in tre direzioni principali. Gruppo Nord verso Leningrado e la Finlandia. Gruppo Centro verso Mosca. Gruppo Sud verso il Caucaso e il Caspio. A metà Agosto cominciano a manifestarsi le prime difficoltà. La mancanza di strade asfaltate o comunque dalla superficie dura  provoca un consumo di carburante molto più alto di quello previsto. Camion, carri armati o artiglierie semoventi, sprofondano nel terreno o devono fare lunghi giri per avanzare di pochi chilometri .La benzina comincia a scarseggiare  in varie zone dello sterminato fronte. A ciò si aggiunge la lunghezza delle linee di rifornimento, sottoposte , fra l’altro ai sabotaggi e alle azioni di guerriglia russe . Come se non bastasse i depositi di carburante catturati all’ Armata Rossa si rivelano inutilizzabili. I  veicoli russi hanno il motore diesel, quelli tedeschi a benzina. In molti casi le truppe sono costrette a muoversi su carri trainati da cavalli. Ne vengono impiegati centinaia di migliaia. Ma questa scelta complica ancora di più la logistica perché adesso bisogna pensare anche al trasporto del foraggio. Come nel 1700 ai tempi di Federico II.  Infine  l’indecisione di Hitler che prima ordina di conquistare Mosca, poi cambia idea e decide di puntare sul Caucaso , poi nuovamente indica Mosca come obbiettivo primario fa perdere tempo e consumare carburante e mezzi. Mentre i rifornimenti e le parti di ricambio arrivano con sempre maggiori difficoltà l’inverno blocca le armate tedesche a qualche decina di chilometri da Mosca. Ormai la terribile mobilità dei panzer tedeschi è scomparsa. Nel dicembre del 1941 le divisioni più avanzate nella zona moscovita devono anche subire i contrattacchi delle armate russe. E nemmeno nel Caucaso le truppe tedesche riescono ad avanzare. Anche qui i calcoli sbagliati sul consumo di carburante e la difficoltà dei rifornimenti su linee lunghe migliaia di chilometri, immobilizzano le divisioni corazzate e motorizzate. L’inverno e la straordinaria resistenza delle truppe sovietiche fa il resto. I russi persero più di 6 milioni di uomini in questa prima fase della guerra, ma furono in grado di sostituirli e di mandare avanti nuove divisioni.

L’anno seguente , nella primavera del 1942  l’offensiva tedesca, per le gravi perdite di uomini e mezzi subiti nel 1941, non può più procedere su tre punte. Hitler decide di concentrare lo sforzo sulle armate del Sud nel tentativo di impadronirsi del petrolio del Caucaso che a questo punto diventa una questione di vita o di morte.

Naturalmente la conquista del petrolio del Caspio, avrebbe tagliato le linee di rifornimento ai russi, lasciandoli a secco. La nuova offensiva, l’operazione “Blau” sembra, inizialmente, dare i risultati previsti. I tedeschi nell’estate del 1942, conquistano Rostov, tagliano un importante oleodotto che rifornisce i sovietici,  e il 9 di Agosto raggiungono Maikop , un centro petrolifero minore, peraltro distrutto completamente dai russi prima di abbandonarlo. A Berlino si crede ancora nella possibilità di un successo e si delira di un ricongiungimento delle armate del Caucaso con gli Africa Korps di Rommel che proprio in quei mesi si giocano le ultime possibilità di raggiungere il canale di Suez e il Medio Oriente.

Ma ormai la loro spinta si è esaurita. Nuovamente la mancanza di benzina fa svanire la mobilità delle divisioni tedesche, mentre la scarsità dei pezzi di ricambio mette fuori uso gran parte dei mezzi corazzati. Maikop si rivelerà l’unico pozzo conquistato nell’avanzata verso il Caspio. Nel frattempo quella che doveva essere solo una manovra per proteggere il fianco delle armate in marcia verso i pozzi petroliferi si trasforma nella battaglia principale. La battaglia di Stalingrado, dove la sesta armata tedesca rimane accerchiata. Nel loro tentativo di impadronirsi del petrolio russo, i tedeschi erano rimasti senza benzina. Non sarebbero mai arrivati ai pozzi e alle raffinerie di Baku, il principale centro petrolifero sul Mar Caspio. Persino la sesta armata circondata a Stalingrado non riuscirà a rompere l’assedio per mancanza di carburante e dovrà arrendersi.  Nel gennaio 1943 viene ordinato il ritiro di ciò che resta delle truppe tedesche e dei loro alleati , come molti reparti dell’esercito italiano, dal Caucaso. La fase delle guerre lampo, dei BlitzKrieg è finita. Adesso le carte vincenti sono in mano a chi dispone degli eserciti meglio equipaggiati e più numerosi e soprattutto delle risorse economiche, incluso, ovviamente, il petrolio.

Non fu soltanto a Stalingrado e nel Caucaso dove il carburante si rivelò uno dei fattori decisivi , se non il fattore decisivo, per gli esiti della guerra. Nei deserti dell’Africa del Nord, in una striscia larga appena cento chilometri, ma lunga migliaia, fra Libia ed Egitto, si svolse la seconda parte della tragedia.

Nel febbraio del 1941, a nemmeno un anno dall’entrata in guerra, le truppe italiane sono già in rotta ed ormai sopraffatte dagli inglesi. Per aiutare l’alleato allo sbando, i tedeschi inviano uno dei loro migliori generali, Erwin Rommel,  e fra le più moderne divisioni motorizzate e corazzate. La guerra del deserto,che seguirà nei due anni successivi, vedrà un alternarsi di avanzate fulminee e di ritirate, sempre scandite sul versante italo-tedesco dalle difficoltà di rifornire le armate del Nord Africa di ogni cosa, ma in special modo del carburante. Nelle prime fasi Rommel  cattura vari depositi di benzina e mezzi militari  al nemico e con questi riesce ad avanzare, ma già nel giugno 1941, il comandante degli Afrika Korps si lamenta della mancanza di combustibile. “Sfortunatamente le nostre scorte di carburante sono quasi esaurite  ed  è con qualche preoccupazione che attendiamo l’attacco degli inglesi. Perché sappiamo che le nostre mosse saranno dettate non dalle necessità tattiche, ma dal carburante che sarà rimasto nei serbatoi.”

Uno dei principali  problemi che affligge il rifornimento delle truppe di Rommel , a parte la cronica scarsità di carburante delle potenze dell’Asse, è una piccola isola nel Mediterraneo: Malta. Situata esattamente sulla rotta fra la Sicilia e la Libia, Malta è in mano agli inglesi, che riusciranno, anche a costo di gravi perdite, a difenderla e a rifornirla per tutta la durata del conflitto. E’ da qui che in gran parte, provengono gli attacchi aerei e navali contro i convogli e le navi cisterna italiane. Non solo. Gli inglesi hanno anche decifrato i codici segreti tedeschi e italiani e individuare le navi che trasportano i rifornimenti non è davvero molto complicato. Come ha scritto uno storico del Secondo Conflitto Mondiale: “Se gli italiani fossero stati Giapponesi avrebbero aperto le ostilità con un attacco “alla Pearl Harbuor” su Malta”. Ma gli italiani non sono giapponesi, né hanno la minima intenzione di esserlo. E Malta continua, ora con maggior successo, ora con meno, a distruggere le navi da trasporto e militari italiane. Per gran parte del 1941 Rommel deve segnare il passo, i rifornimenti arrivano con il contagocce. Nei momenti più difficili gli italiani pensano addirittura a trasportare il combustibile travasato in taniche e  sistemate a bordo di sommergibili e navi militari. Poi verso l’autunno, grazie a violentissimi bombardamenti tedeschi su Malta, una flotta della Luftwaffe è stata spostata dalla Russia in Sicilia, il flusso dei rifornimenti arriva quasi intatto nei porti di Tripoli o di Bengasi. L’offensiva di Rommel ricomincia e nel maggio del 1942 lancia il grande attacco contro gli inglesi. Come sempre accade ai blitz tedeschi , in un primo tempo tutto sembra andare per il meglio. Gli inglesi si ritirano per quasi 500 chilometri, mentre Rommel raggiunge il confine con l’Egitto. Qui secondo i piani si sarebbe dovuto fermare e attendere, prima di avanzare ancora, che fosse risolto il problema dei rifornimenti. Cioè avrebbe dovuto attendere che Malta fosse neutralizzata, con un’invasione che peraltro era stata da tempo programmata. Ma sull’onda delle vittorie, così rapidamente riportate, il problema dei rifornimenti e di Malta passa in secondo piano . E Rommel si spinge ancora avanti, ormai in Egitto, fino ad una piccola stazioncina ferroviaria: El Alamein. Ormai ubriacati dai successi, tedeschi e italiani preparano l’entrata da vincitori al Cairo. Mussolini progetta un ingresso trionfale in sella a un cavallo bianco. Rommel sogna o forse delira di un attraversamento del Canale di Suez e di una rapida conquista del Medio Oriente, dell’Iran e dei suoi pozzi, per ricongiungersi alle armate tedesche del Caucaso. Un delirio appunto. Gli Africa Korps non riusciranno ad andare oltre la stazioncina di El Alamein. Il vento in Africa come nel Caucaso, nell’estate del 1942, è cambiato. Non è più a favore dei tedeschi. La situazione dei rifornimenti diventa drammatica già all’inizio dell’estate. Manca il combustibile anche per far navigare le navi italiane. Una su tre rimane  nei porti con i serbatoi  a secco. E di quelle che partono con i rifornimenti per Rommel  tre quarti vengono affondate dall’aviazione o dalla marina inglesi. La Luftwaffe non ha più combustibile per far volare i propri aerei e ormai il dominio dei cieli è degli alleati. E’ in questo frangente che entra in scena un nuovo generale inglese Bernard Montgomery. E il comandante della VIII Armata inglese sa che il punto debole di Rommel è il carburante. Nonostante che nel 1942 la produzione di benzina sintetica sia aumentata del 18% rispetto all’anno prima, il quadro complessivo dei rifornimenti petroliferi tedeschi è peggiorato. Il regime rumeno di Antonescu, in linea di principio alleato dei nazisti, ha ridotto le forniture del greggio di Ploesti. I consumi interni sono aumentati e il petrolio destinato a tedeschi e italiani è diminuito del 17% fra il 1941 al 1942. La Germania hitleriana non ha abbastanza carburante, tantomeno per gli alleati come l’Italia. E’ in questo quadro generale che si comprendono meglio i vani tentativi di Rommel che nel Settembre 1942 vola prima a Roma da Mussolini e poi a Berlino da Hitler per implorare l’invio del carburante. Riceverà il bastone di Maresciallo del Reich, ma non la benzina. Un ultimo disperato tentativo di rifornire le truppe corazzate bloccate ad El Alamein viene fatto da un convoglio di navi italiane che miracolosamente riesce ad eludere la consueta trappola tesa dalle forze inglesi stazionate a Malta. La nave cisterna “Prosperina” con 25.000 barili di benzina e altri due mercantili con 12.000 barili ciascuno , scortati da quattro incrociatori, riescono ad arrivare di fronte al porto di Tobruk. E’ l’ultima speranza per gli Africa Korps. Ma al tramonto uno stormo di bombardieri inglesi partiti dal Cairo intercetta il convoglio ormai quasi in porto. E colpisce le navi che esplodono in una sfera di fuoco. L’ultima speranza di Rommel finisce in fumo. Come disse lo stesso generale tedesco dopo la sconfitta, in quella che venne chiamata la seconda battaglia di El Alamein, :” Non potemmo tentare alcuna manovra con le nostre forze motorizzate e corazzate per mancanza di combustibile, ogni goccia che ci arrivava dovevamo usarla per ritirarci”.

Naturalmente anche le forze anglo-americane e i russi avevano i loro problemi con i rifornimenti. Ma la situazione era completamente diversa. Perché gli alleati avevano il petrolio. In particolare l’America, che in quell’epoca divenne una specie di Arabia Saudita, in grado di rifornire gli alleati del petrolio necessario. Circa il 90% del carburante usato dalle forze alleate nella Seconda Guerra Mondiale proveniva dagli Stati Uniti. L’America di Roosevelt  rifornì di carburante, in particolare benzina per aviazione, anche la Russia, che pur aveva una  produzione propria di grandi dimensioni. L’unico vero grave rischio non venne dalla mancanza di petrolio, ma dal suo trasporto. La traversata dell’Atlantico si rivelò particolarmente vulnerabile agli attacchi dei sottomarini tedeschi, il cosiddetto “branco di lupi” dell’ammiraglio Karl Doenitz. Nei primi tre anni di guerra gli U-Boat nazisti affondarono centinaia di navi e in particolare quelle cisterna e le petroliere. La Gran Bretagna si trovò in più occasioni con riserve di combustibile ridotte a poche settimane. Ma poi grazie all’ uso dei primi radar, di aerei a lungo raggio in grado di scortare i convogli che proteggevano le petroliere, la minaccia dei sottomarini venne a poco a poco neutralizzata.

A metà del 1943 le forze dell’Asse erano state sconfitte sia in Russia che in Africa. Ed anche nell’Atlantico. Il progetto di impadronirsi del petrolio del Caspio o del Medio Oriente era stato soltanto un sogno per i nazisti e un incubo per gli alleati. Persino i rifornimenti dai  pozzi romeni di Ploesti, fra bombardamenti angloamericani e avanzate russe non potevano essere più considerati sicuri  per lungo tempo. La Germania si trovò a fronteggiare l’ultima fase della guerra con le proprie risorse. Il petrolio sintetico, estratto dal carbone. In questo ultimo sforzo il regime Hitleriano mostrò al tempo stesso le proprie straordinarie capacità tecnologiche e la più completa e criminale bancarotta umana e morale.

L’uomo che riorganizzò l’economia tedesca per l’ultima fase di resistenza fu Albert Speer. L’architetto personale di Hitler, che aveva disegnato le grandiose scenografie dello stadio di Norimberga dove, nel 1938, il Fuherer aveva proclamato, illudendosi, l’indipendenza economica ed energetica della Germania .

Albert Speer si rivelò un manager capace di spingere al massimo la macchina bellica tedesca. La produzione industriale continuò ad aumentare, nonostante i massicci bombardamenti alleati e raggiunse paradossalmente il massimo nel luglio del 1944. Un mese dopo lo sbarco alleato in Normandia.

Nel 1944 la produzione di aerei , munizioni e armi era stata moltiplicata per tre. Quella dei carri armati per sei. In confronto al primo anno di guerra. Ma il problema più serio non era  fabbricare più carri armati o più aerei. Le industrie funzionavano benissimo con il carbone. Il problema era metterli in moto, e farli avanzare o volare. Per questo ci voleva la benzina.  Nel 1944 il petrolio sintetico costituiva ormai il 60% dei consumi tedeschi e ben il 92% del combustibile per gli aerei. La massima produzione giornaliera raggiunse i 125mila barili al giorno nei primi mesi del 1944. Ad un costo umano inimmaginabile . I nazisti non avrebbero potuto ottenere questi risultati senza uno sforzo enorme e l’impiego di schiavi. L’ aberrante ideologia della Soluzione Finale forniva ai tedeschi la forza lavoro necessaria. Ebrei, ma anche slavi e altre minoranze etniche destinati alla morte nei campi di concentramento, venivano sfruttati prima di essere uccisi, come lavoratori nelle grandi fabbriche della benzina sintetica. Auschwitz, dove più di due milioni di ebrei trovarono la morte, venne descritta dai direttori della I.G. Farben, il colosso chimico integrato nello Stato Nazista, un sito molto favorevole alla produzione di benzina sintetica, grazie alle ricche e vicine miniere di carbone e ad una numerosa “ manodopera”. La I.G. Farben si adattò perfettamente nella gestione dei campi organizzata dalle SS. Poiché la fabbrica era distante sei chilometri da Auschwitz, i deportati arrivavano sfiniti dopo queste marce quotidiane e lavoravano male. La I.G. Farben decise allora di costruire una “dependance” del campo di concentramento più vicino agli impianti: il lager di Monowitz. Il prigioniero numero 174.517 di Monowitz era un giovane italiano, un chimico, orginario di Torino: Primo Levi. Forse proprio la conoscenza della chimica gli permise di salvarsi. Perché venne assegnato ad un laboratorio dove le condizioni di vita per quanto infernali,   non erano rapidamente  mortali come negli impianti veri e propri. Così  Primo Levi ricorda, in “Se questo è un uomo”, quella gigantesca fabbrica di benzina sintetica: “ Al suo interno non cresce un solo filo d’erba, e il suolo è impregnato dalle linfe velenose del carbone e del petrolio, e l’unica cosa viva sono le macchine e gli schiavi- le prime più dei secondi.” Nel 1944 più di un terzo della forza lavoro nelle fabbriche della benzina sintetica erano schiavi.

Una delle cose  più straordinarie nella storia della benzina sintetica tedesca è quanto gli impianti siano riusciti a sopravvivere ai sempre più massicci bombardamenti alleati. Anche perché fino al Maggio del 1944, non furono un obbiettivo principale di queste azioni. In genere le grandi flotte di bombardieri che rovesciavano migliaia di tonnellate di esplosivo sulla Germania preferivano le ferrovie, le fabbriche di aerei e di armamenti e di cuscinetti a sfera. Oppure le città, per demolire il morale e la resistenza dei tedeschi con il terrore. Le fabbriche di benzina sintetica furono danneggiate solo casualmente fino appunto al 12 maggio 1944, quando il generale americano Carl Spaatz, il capo dei bombardamenti strategici decise che era ora di colpire il regime nazista nel suo punto più debole: il carburante. Mille bombardieri americani rovesciarono il loro carico su quasi tutti gli impianti, compreso quello principale di Leuna. “Non scorderò mai quella data, 12 maggio 1944” – scriverà Albert Speer che volò immediatamente a Leuna a constatare di persona i danni – “ perché fu quel giorno che la guerra tecnologica venne decisa”. I bombardamenti continuarono e a settembre di quello stesso anno, la produzione   di benzina sintetica precipitò a 5000 barili al giorno, dai quasi 130.000 di appena tre mesi prima. Nonostante una situazione ormai catastrofica l’esercito tedesco, raschiando veramente il barile, fu in grado di racimolare il carburante per un ultima disperata controffensiva, per fermare le truppe alleate che avanzavano dopo lo sbarco in Normandia. Con la conclusione della battaglia delle Ardenne del dicembre del 1944  lo sforzo bellico tedesco, da un punto di vista strategico, era finito. Nel febbraio 1945 la Germania non riuscì più a produrre benzina sintetica in quantità significative. Ma l’illusione di poter ancora rovesciare le sorti del conflitto continuò ad animare Hitler e la cerchia più ristretta dei suoi collaboratori. Ma ormai gli ordini a divisioni di carri armati o squadriglie aeree erano solo fantasie. Nessuno si poteva più muovere per mancanza di carburante. Altri mesi di sanguinosa resistenza all’avanzata di angloamericani e sovietici continuarono sia ad Est che ad Ovest. E alla fine, solo quando i soldati russi erano a poche centinaia di metri dalla rovine del Palazzo della Cancelleria, Hitler si arrese alla realtà e capì che l’avventura del Terzo Reich che doveva durare mille anni si era conclusa per sempre.

E in quegli ultimi momenti fu ancora possibile trovare qualche litro di benzina per bruciare il cadavere del dittatore suicida e non far cadere, nemmeno le spoglie mortali, nelle mani dei sovietici.

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10 Responses to “Il petrolio del III Reich”

  • Francesco:

    Egregio dott. Pinna,

    ho letto con grande interesse l’articolo e mi piacerebbe approfondire l’argomento.
    Mi chiedevo se poteva consigliarmi qualche testo che potrebbe aiutarmi in questo senso.

    Grazie

    Cordiali Saluti

    • pinna:

      Questa e’ la fonte principale : Robert Goralski e Russell W. Freeburg, OIL AND WAR , Morrow, New York 1987. Credo che ormai si trovi solo su Amazon reparto libri usati. Grazie per il suo interesse.

  • stefano sodano:

    Molto interessante. Una sola cosa: sembra accertato che non erano stati decifrati dagli inglesi i nostri codici segreti, ma quelli dei tedeschi. Infatti – relata refero – i convogli venivano affondati quando ne avevamo informato i ‘camerati germanici’. L’opposto invece quelle rare volte che ce ne stavamo zitti.

  • Simo:

    La benzina sintetica è stata sviluppata dai nazisti ,a basso costo senza tutti quei procedimenti costosi di cui si parlano e ipotizzano su decine di siti web. La benzina sintetica si poteva preparare all’ occorrenza in pochi secondi…. ed io conosco un testimone oculare che ha visto come funzionava…..

    • luca:

      ho letto una Sua email dove riferisce di conoscere i particolari della produzione della banziona sintetica, anche se non ha specifiche conoscenze di chimica, mi interesserebbe capire di cosa si tratta grazie luca

      • pinna:

        Salve la fonte dell’articolo ( e dei particolari sulla benzina sintetica) e’ questo libro: Robert Goralski e Russell W. Freeburg, OIL AND WAR , Morrow, New York 1987. Credo che ormai si trovi solo su Amazon reparto libri usati. Grazie. Cordiali saluti

  • anna:

    Gentile dott. Pinna,
    mi permetto, vista la sua competenza, di porle una questione, la cui risposta potrebbe essere risolutiva per una mia ricerca: come viene chiamato il piano tedesco per la conquista di Baku (25 settembre 1942) nella seconda guerra mondiale.

    • pinna:

      Salve grazie per il suo interesse. Non sono a dire la verita’ un esperto di 2a guerra mondiale e ma mi interesso da tempo di questioni energetiche. Mi aveva incuriosito il fatto che pochi studiosi avessero trattato la seconda guerra mondiale da questo punto di vista. L’operazione verso il fronte meridionale (dopo la batosta a Mosca del 41) credo fosse l'”operazione blu” verso Maikop (poi raggiunta) e Baku (mai raggiunta)> grazie ancora. Cordiali saluti. Lorenzo Pinna

  • Ragazzo 13 anni:

    La ringrazio molto dott.Pinna per aver messo su carta molti dei miei pensieri sull’enorme influenza dell’energia petrolifera e dei suoi derivati nell’ambito della 2a guerra mondiale….È stato molto esaustivo.Anzi,ho addirittura notato che in tutta la storia(e preistoria) della civiltà umana L energia ha avuto un ruolo fondamentale nel progresso

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